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Un quadro di "condizioni di lavoro degradanti", che "assume tinte ancora più fosche" dato che è venuto a galla dalle testimonianze l'uso di "metodi intimidatori e minacciosi" da parte del manager turco Ulas Demir, ora in carcere, nei confronti dei manovali indiani, a cui prospettava, quando si lamentavano di paghe e orari, il licenziamento e il "rientro nel proprio Paese".

Allo stesso tempo, l'indiano Aji Appukuttan, pure lui detenuto da qualche giorno e presunto "caporale operativo", avrebbe minacciato almeno cinquanta lavoratori, che in alcuni casi gli chiedevano solo di "potersi assentare" per riposare dopo che si erano infortunati sul cantiere.

E' lo scenario ricostruito nell'ordinanza con cui la gip di Milano Angelica Cardi ha convalidato il controllo giudiziario d'urgenza per caporalato, disposto dai pm Paolo Storari e Mauro Clerici il 29 maggio, per la divisione italiana del colosso statunitense Caddell Construction, perché avrebbe sfruttato il lavoro, anche con paghe sotto la soglia della povertà di meno di due euro l'ora, di operai indiani.

Manovali reclutati da una società indiana "a cui veniva corrisposta", tra l'altro, da parte degli stessi lavoratori "la somma di circa 500.000 rupie", circa 5mila euro, una sorta di pizzo per lavorare. Lavoratori che "venivano fatti arrivare, attraverso distacco" per la costruzione della nuova sede del consolato Usa a Milano di piazzale Accursio in una condizione di "para-schiavismo".

Altri dettagli, soprattutto verbali di operai ascoltati dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, vengono fuori dal provvedimento con cui il 7 giugno è stato convalidato il fermo per pericolo di fuga e disposta la custodia in carcere per il 51enne indiano, così come prima era accaduto per il responsabile turco della sede milanese.

Intanto, Caddell, difesa dall'avvocato Andrea Puccio, spiega che sta collaborando con l'autorità giudiziaria e sta "conducendo un'approfondita indagine interna sulla vicenda, per assicurarci che tutti i nostri partner a livello globale operino in piena aderenza a tutti gli standard e a ogni requisito di legge in tema di condizioni di lavoro".

Dopo un confronto coi magistrati, l'azienda si è già impegnata a ridare i soldi che i lavoratori dovevano versare per l'alloggio, 500 euro mensili, e per il vitto, circa 350 euro, e dunque si parla già di restituzioni per circa 850 euro al mese. Quelle spese d'ora in avanti sono e saranno, viene precisato, a carico dell'impresa e sia per il presente che per il futuro, a partire già da questo mese, saranno 45 le ore di lavoro settimanale, come prevede il contratto collettivo nazionale, e gli stipendi vengono adeguati a parametri e cifre sempre dello stesso contratto. Poi, sarà fatta una analisi analitica per capire chi abbia lavorato più ore e quante e tutto ciò che è avvenuto.

Dalla carte risulta, intanto, che Appukuttan, venuto a sapere delle indagini, avrebbe intimidito i lavoratori affinché non rivelassero agli investigatori quanto accadeva "all'interno del cantiere". Un autista per "i capi squadra" ha spiegato che li trattava "come schiavi, come si vede nei film". Un manovale ha raccontato che quando si ferì "con una scheggia di ferro vicino l'occhio sinistro" aveva dovuto continuare a lavorare, dopo una medicazione "molto veloce".

Racconti in linea con molti altri. Ora l'amministratore giudiziario Francesco Brigatti dovrà "affiancare gli imprenditori nella gestione dell'azienda", riferendo alla giudice ogni tre mesi, o ogni volta che emergeranno eventuali "irregolarità".