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CALCIO LIVE

di Walter Veltroni

Il talento come conquista, il calcio come gioia e formazione. Luca Vialli ha affrontato la malattia con la stessa grazia delle sue rovesciate: consapevole del dolore, grato alla vita, capace di trasformare la sofferenza in un'opportunità di crescita umana

Ieri sera al Teatro Regio di Torino è andata in scena la seconda edizione di «My name is Luca. Ballata con Vialli», la serata ideata dalla Fondazione Vialli e Mauro per celebrare il campione scomparso il 5 gennaio 2023. L’incasso della serata è stato destinato all’Istituto di Candiolo-IRCCS per sostenere la ricerca e la cura del tumore al pancreas. Questo il ricordo tratteggiato da Walter Veltroni, intervenuto all’evento insieme ad alcuni grandi nomi della cultura e dello spettacolo e a molti ex compagni di squadra di Gianluca Vialli.

A luglio del 2021, quando l’Italia vinse il campionato europeo, Luca mi scrisse un messaggio su WhatsApp. Diceva: «Missione compiuta! Che emozioni... Sono un uomo fortunato...».

Luca era già immerso nella sua malattia che gli aveva scavato il volto e il corpo. Quella malattia il cui nome è impronunciabile, tanto fa ancora paura, tanto sembra una sentenza fatta di lettere dell’alfabeto. Si chiama tumore e può essere curato, è una delle meraviglie di questo tempo bislacco. Proprio la medicina consentì a Luca quel meraviglioso abbraccio con Roberto Mancini, ripreso dalle telecamere a trecentosessanta gradi, come in un film di Lelouch. Quell’abbraccio in cui c’era tutto, la gioia e l’addio, la sfida vinta e la battaglia da combattere.

La storia, non la leggenda, racconta che la poesia del calcio nasce dalla brutalità della sofferenza: la gamba di Garrincha, la povertà di Maradona, Pelé lustrascarpe. Per Luca non era stato così, avrebbe potuto fare altro nella vita, i primi palloni che ha calciato non erano di carta straccia, ma di plastica arancione. Per lui il calcio è stato una scelta, una passione che diventa un lavoro, un gioco che si fa prestigio e successo.

Per questo Luca diceva di essere un uomo fortunato, mentre il tumore gli assaliva il corpo. Tutti si sentono in credito con la vita, nessuno le è grato, Luca Vialli aveva nello sguardo la sofferenza del dolore e la gioia di una vita scelta e vinta. Una volta gli chiesi per la Gazzetta che cosa avrebbe detto a un bambino per spiegare cosa è il calcio. Lui mi rispose: «Che è gioia, ti permetterà di crescere, di migliorare, di imparare a stare in un gruppo, il rispetto delle regole, a rialzarti quando hai una battuta d’arresto e a cercare di superare sempre i tuoi limiti. E poi di non arrendersi se qualcuno ti dice che non hai talento. Il talento può essere la fine di un percorso, non necessariamente l’inizio. Bisogna sempre imparare. Bisogna avere doti che non hanno a che fare col talento: la determinazione, il rigore, l’abnegazione, l’energia, l’etica, la serietà, la puntualità. Il talento può essere un dono, ma anche una conquista».

Il talento come conquista, figlio della fatica e dell’umiltà di imparare. Il calcio come talento e formazione, come fantasia e conoscenza. Ha scritto uno dei più grandi poeti del football, l’uruguayano Eduardo Galeano: «Da bambino, orgoglioso figlio di emigranti veronesi, al quartiere Cambuci di San Paolo del Brasile, giocavo a calcio con i miei coetanei, mulatti, ebrei, giapponesi, polacchi. E quella palla di stracci e speranza rappresentava la nostra lingua in comune. Il nostro modo per stare insieme, per sognare, per capire e farci capire. Già, che tempi. Quando eravamo noi “gli altri”».
Si è scritto molto della passione di un altro grande poeta italiano, Pier Paolo Pasolini, per il calcio. Si ricorda il suo amore profondo per il Bologna, la partita tra le troupes di Novecento e di Salò che lui abbandonò stizzito perché non gli passavano la palla.

Ma per me l’immagine più bella è quella di una fotografia scattata per caso. Pasolini è ritratto in camicia, maglione, giacca e cravatta intento a controllare, con le scarpe da passeggio, un pallone vagante, forse rotolato fin lì dopo il calcio di un bambino che forse ha visto un signore elegante passare e forse ha gridato, come prima o poi abbiamo fatto tutti, «Palla!».
Forse l’amore di Vialli per il calcio è nato così, un gesto e un pensiero, il presente del pallone arancione e il futuro di una coppa da alzare, di uno scudetto da festeggiare.

Pasolini durante una partita di calcio (Roma’s Press Photo/ Archivio Corsera)

L’ultima volta che l’ho visto gli ho chiesto se di fronte alla malattia si diventa più egoisti o più altruisti. Mi ha risposto così: «Egoista nel senso buono della parola, altruista perché ti metti anche nei panni di chi ti vuole bene, di chi, nel vederti in difficoltà, soffre. Però in questa fase della mia vita mi sforzo di essere positivo. In verità me la faccio anche addosso tantissimo e ho dei momenti difficili da gestire dal punto di vista emotivo, però vedo questa fase anche come un’opportunità. Se è arrivata è perché avevo bisogno di viverla e di imparare qualcosa e quindi di continuare il mio percorso di crescita umana. È quello che sto facendo. Con fatica e ottimismo».

Il sorriso di Luca, inseparabile da lui nel ricordarlo, era tutto questo: talento, fatica, consapevolezza del dolore, amore per gli altri, intelligenza e, cosa rara in questi tempi, una grande quantità di grazia, di elegante leggerezza.
Come quando si librava in volo, per la sua meravigliosa, indimenticabile, rovesciata.

20 gennaio 2026 ( modifica il 20 gennaio 2026 | 07:22)

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