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Il fulcro del lungometraggio è l'età che avanza e la possibilità di vivere «l'altro (l'alieno)» come una opportunità
Il 21 giugno 1985 esce nelle sale americane (da noi si vedrà solo a ottobre) "Cocoon – L’energia dell’universo”, terzo lungometraggio per il cinema di Ron Howard. La trama, notissima, ruota attorno a tre ospiti di una casa di riposo, Arthur (Don Ameche), Ben (Wilford Brimley) e Joe (Hume Cronyn) che si concedono spesso una nuotata nella piscina di una vicina villa disabitata. Abitudine che s’interrompe temporaneamente quando il misterioso Walter (Brian Dennehy) e i suoi tre cugini, tra cui la bella Kitty (Tahnee Welch), affittano la villa per alcune settimane. Il gruppo noleggia anche la barca dello squattrinato capitano Jack (Steve Guttenberg) per recuperare dal fondo marino misteriosi ed enormi contenitori simili a bozzoli che vengono poi depositati nella piscina che i tre anziani hanno preso a rifrequentare di nascosto. Dopo ogni nuovo bagno, Arthur Ben e Joe scoprono di aver riacquistato forza e vitalità; e pensano perciò di coinvolgere anche le loro rispettive compagne Bess (Gwen Verdon), Mary (Maureen Stapleton) e Alma (Jessica Tandy) nello sfruttamento dei benefici effetti. Con il tempo, Jack e i tre vecchietti scoprono però la verità: Walter e i suoi cugini sono alieni del pianeta Antarea, un mondo privo di malattie, guerre e morte, tornati a recuperare i bozzoli che custodiscono altri loro simili, ibernati diecimila anni prima durante la fuga dal collasso di Atlantide, loro base terrestre. Quando il segreto viene rivelato dal burbero ospite Bernie (Jack Gilford), che si rifiuta di usufruire della piscina ritenendola contro natura, gli altri anziani dell’ospizio si precipitano a farvi il bagno, consumando così l’energia vitale necessaria ai bozzoli, che iniziano a deperire. Con l’aiuto di Jack e dei tre amici, gli alieni riusciranno così a riportarli negli abissi, per evitare che muoiano durante il viaggio di ritorno; e Walter, toccato dalla solidarietà umana, proporrà a Ben, Arthur e Joe, alle loro compagne e ad alcuni altri ospiti dell’ospizio di seguirli su Antarea, dove saranno immortali e immuni da ogni male. Accetteranno?
Scritto da Tom Benedek adattando il romanzo omonimo di David Saperstein, un piccolo classico del cinema mainstream anni Ottanta e un esempio di fantascienza umanista, in scia al di poco precedente E.T. l’extra-terrestre, dove il legame tra alieni e umani slitta dalla tenera età alla vecchiaia. Il film s’inscrive di diritto in quella tradizione ottimista tutta americana, dove l’Altro (in questo caso l’alieno) non è minaccia ma possibilità; e dove il contatto con l’ignoto è anche un’occasione di rinnovamento interiore. La ricerca di significato agli anni più avanzati della vita è il tema centrale del film; e la possibilità di “ringiovanire” che viene offerta ai protagonisti tocca corde universali in quanto comprende il confrontarsi a ogni età con l'inevitabilità dell'invecchiamento e della morte. Il tono, tuttavia, è leggerissimo: e Howard (succeduto a Robert Zemeckis, licenziato dai produttori Zanuck & Brown) è abile a bilanciare emotività, commedia ed elementi fantastici, ma soprattutto a evitare il tono elegiaco o tragico. Affronta infatti tutti i suoi temi con delicatezza, empatia e ironia, senza rappresentare gli anziani protagonisti come caricature o come patetiche reliquie del passato, ma come individui vitali, curiosi, capaci ancora di amare, litigare, sbagliare, desiderare. Il bagno nella piscina è metafora di un’energia interiore dimenticata, più che di una magia esterna: l’“acqua miracolosa” non cancella i problemi (Joe, ad esempio, scopre che il cancro che lo affligge è comunque destinato a tornare), ma restituisce la possibilità di scegliere, di vivere con intensità gli ultimi frammenti di tempo. Ed è significativo che la scelta finale – partire per l’eternità – non venga rappresentata né come un premio né come una fuga, ma come una possibilità aperta, senza giudizio. Il risultato, anche tecnicamente, resta maiuscolo: la luminosa fotografia di Donald Peterman aggiunge un valore puramente visivo al tema della trasformazione e del rinnovamento; le musiche di James Horner sono discrete ma memorabili; e il visibilmente divertito e lusingato cast di veterani della Hollywood classica è impareggiabile.. Ebbe un enorme successo internazionale, e vinse due Oscar: ad Ameche come miglior attore non protagonista e agli effetti speciali di Ken Ralston, Ralph McQuarrie, Scott Farrar e David Berry. Gli diedero anche un sequel, tre anni dopo: ma di quello, fortunatamente, nessuno si ricorda più.