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Dalle esperienza sul campo alle dottrine dei naturalisti, passando per l'importanza che hanno avuto anche per la toponomastica
Meno sofisticati dei giardini, per secoli, però, gli orti hanno sfamato intere classi sociali. Centrali nell’economia pre-industriale, e oggi negli svaghi di molti appassionati dal pollice verde, gli orti si sono guadagnati un ruolo anche nella cultura (del resto non potrebbe essere altrimenti, visto che tra coltura e cultura cambia una vocale, ma l’etimologia è la stessa): dopo il fortunato volume «Piante e animali del mondo contadino bergamasco» (2020), Giampiero Valoti torna «Con le mani nella terra», come recita il titolo della sua nuova fatica (Lubrina Bramani Editore, 16 euro), un libro in cui l’autore, orgogliosamente studioso e ortolano, racconta segreti e accorgimenti, tempi e astuzie della mai noiosa vita nell’orto.
Con il consueto piglio aneddotico, Valoti dosa sapientemente i frutti della sua stessa esperienza sul campo con la dottrina di naturalisti antichi e moderni, trasmettendo anche al lettore più urbanizzato l’interesse per un piccolo mondo che vive di tradizioni secolari e novità graduali. C’è il temibile grillotalpa, che il trattatista bergamasco Carlo Antonio Antuni, ancora nel Settecento, si illudeva di poter combattere con strambi rituali (una donna mestruata doveva fare tre volte il giro dell’orto) suggeriti dal filosofo greco Democrito. Ci sono le verdure rivoluzionarie, come pomodori e melanzane, che al loro arrivo dalle Americhe o dall’Oriente sconvolgono gli equilibri degli orti orobici, e prodotti di lunga data come le cipolle piatte bergamasche o le fave, particolarmente diffuse in queste terre, se nel Cinquecento Teofilo Folengo ricorda i facchini bergamaschi a Venezia come grandi mangiatori di castagne e di macco, appunto una sorta di polenta fatta «di fave sgusciate cotte nell’acqua, ammaccate e ridotte in pasta».
Senza compromettersi tra i sostenitori delle fasi lunari e gli scettici — secondo i primi, numerosi sin dall’antichità, solo in luna calante si può tagliare la legna o trovare funghi —, il libro non manca di ricordare l’importanza che gli orti hanno conquistato nella toponomastica provinciale, come la via degli Orti in Città Alta, o nella storia, come quando, dopo Caporetto e nel 1943, il Comune di Bergamo allestì orti di guerra (fino a 40.000 metri quadri) per fornire verdure a prezzi calmierati alla popolazione civile, stremata dai razionamenti di cibo, per arrivare infine agli odierni orti sociali, luoghi di inclusione. Perché in fondo, come aveva capito il «Candido» di Voltaire, chiunque deve coltivare bene il proprio orto.
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