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Dopo il singolo «Buuum» venerdì il trio pubblica il brano «Avvicinarsi alle casse». In autunno disco e tour: «Ci sentiamo dei miracolati a essere all'ottavo album»
L’invito è volutamente ambiguo: «Avvicinarsi alle casse», dicono i Ministri nel nuovo singolo in uscita venerdì. Quelle fragorose di un concerto rock, ma anche quelle di un supermercato: «Volevamo riflettere sul consumismo in un momento in cui sembra che si sia smesso di farlo e che venga difficile immaginare delle alternative al rapporto che ormai abbiamo con la merce», spiega Federico Dragogna, chitarrista e paroliere del trio milanese. Anche la musica, troppo spesso, è frutto di ragionamenti economici più che artistici: «Il fuoco che dovrebbe muovere è un altro, ma nutrire la gente solo a hit forse non sta più funzionando granché. Chissà come sarebbe un’estate senza tormentoni».
Dopo «Buuum», brano «ansiogeno e cattivo» in cui hanno dato sfogo all’insoddisfazione e alla rabbia del presente, i tre musicisti proseguono con queste riflessioni il percorso che accompagnerà al loro nuovo disco, in uscita dopo l’estate, e al tour nei club, in partenza a fine ottobre. Come da loro abitudine, le canzoni nascono dal guardarsi attorno: «C’è un gran livello di frustrazione, la rabbia viene repressa quotidianamente, ma c’è forse anche una grande menzogna nel fatto che la musica debba essere solo intrattenimento e leggerezza — dice Davide «Divi» Autelitano, cantante e bassista —. Per noi è sempre stata terapeutica e può davvero diventare un momento costruttivo e non distruttivo».
I Ministri individuano nelle persone «una sensazione di futuro incertissimo, in cui inizia a macerare un sentimento di ansia e ingiustizia», dice Michele Esposito, batterista. Se già nel 2009 vedevano «Tempi bui» (titolo del loro secondo disco), oggi il buio non si è diradato, anzi: «Ormai la situazione è una palude —sostengono —. Ci dicono spesso che siamo profetici, ma facciamo solo una sana osservazione della realtà».
Ci vorrebbero più artisti politici? «L’importante sarebbe la qualità della politica perché la si fa anche troppo, ma in maniera molto superficiale — dice Autelitano —. Ci sono opinioni nere o bianche, ma l’artista dovrebbe sporcarsi le mani nella scala dei grigi, far riflettere su che compromessi servano a un dialogo utile. Invece vediamo schermaglie e shitstorm, ma cavalcare i trend non è fare l’artista». Dragogna aggiunge: «Mi dispiace che una parte dell’hip hop che potrebbe essere realista in maniera bella e cruda finisca solo per fare show da bullo delle medie. I ragazzi oggi scrivono molto bene, ma dovrebbero avere più coraggio».
I concerti rimangono un momento di «grande comunanza in cui tornare a liberare il proprio corpo», proseguono i Ministri. E anche in cui misurare la vera risposta delle persone: «Lo vediamo tutti che ogni tanto ci sono stadi e palazzetti mezzi vuoti e c’è invece un Paese reale che pensa con la propria testa». Loro tre, lontanissimi dall’iniezione di notorietà «dopata» dei talent show e, finora, anche da Sanremo, concepiscono la band come un nucleo di «tre identità ben formate», in costante confronto reciproco. In questo contesto, considerano «un po’ un miracolo» riuscire a essere all’ottavo album, con i concerti straripanti di gente: «Produrre un disco con cura è ancora un miracoloso processo di artigianato», riflettono.
Quindi, l’anno prossimo, come festeggeranno i 20 anni dal primo disco? «Forse andando a Lourdes», ridono. O a Sanremo? «Quello a fine carriera, per rilanciarla. Oppure honoris causa».