Domenica mattina alle 8:30, mentre Milano si sveglia lentamente con i primi caffè e gli occhiali da sole ancora appannati, davanti alla Rinascente in piazza Duomo si respira un’atmosfera da pelle d’oca: una folla compatta, quasi una ressa, di centinaia di persone accalcate come sardine. Ma cosa li spinge a fare ore di fila sotto il sole o il cielo grigio? Semplice: l’ossessione per i Labubu, quei pupazzetti peluchetti dal sorriso malizioso e gli occhi spalancati, protagonisti dell’ultima mania made in Cina firmata Pop Mart.

Labubu-mania a Milano: ore di fila e follia da collezione per i pupazzetti cinesi più ambiti

Pop Mart, gigante asiatico del blind box design, ha aperto il suo primo temporary store italiano proprio alla Rinascente, portando con sé non solo Labubu, ma anche altri personaggi come Skullpanda e Dimoo. Il colpo di genio? Vendere i Labubu in formato “blind box”, cioè scatole misteriose che nascondono un personaggio casuale. La rarità di alcuni modelli scatena la febbre da collezione, con code che cominciano già alle 4 del mattino e durano fino a oltre quattro ore.


Tra i presenti in fila, spiccano i “maranza” – giovani italiani di seconda generazione con tute sgargianti e marsupi vistosi – che non nascondono il loro intento: comprare più pezzi possibili per rivenderli al triplo del prezzo. E non sono solo loro: ci sono ventenni, signore di mezza età con le figlie al seguito, turisti come Karoline da Praga, che confessa di non capire bene questa moda ma vuole comunque provare a mettere le mani su un Labubu originale, magari con il QR code sull’etichetta, segno di autenticità.


Il prezzo base per un Labubu è di circa 20 euro, ma il mercato secondario è un altro pianeta: tra rivenditori e negozi specializzati, i prezzi possono schizzare fino a 500 euro per versioni personalizzate con accessori di lusso. Addirittura, esiste un servizio su misura che, con un acconto di 400 euro, permette di scegliere il colore desiderato tra sei pupazzetti scartati apposta per il cliente. Una follia? Forse, ma è il prezzo da pagare per entrare in questo culto pop.


La scena davanti alla Rinascente è un mix di tensione e ritualità: sgabelli da campeggio, power bank multiple, cuscini per resistere ore in piedi, e sneakers pronte a scattare non appena si aprono le porte. La security, con blocchetti di tagliandi numerati, cerca di mantenere l’ordine tra spintoni e tentativi di saltare la fila, soprattutto da parte dei più scalmanati.


Chi riesce a uscire con un sacchetto nero in mano è il protagonista di un piccolo trionfo, mentre gli altri si stringono nella lunga coda che si snoda sotto le arcate di corso Vittorio Emanuele. C’è chi, come un cinquantenne romano, sbuffa per le ore passate in attesa ma si consola pensando che almeno qui il prezzo è quello ufficiale e non quello gonfiato del mercato nero.


All’interno del negozio, gli scaffali gialli illuminati sembrano reliquiari di un culto moderno, con commessi che più che venditori sembrano sacerdoti. Prendere il Labubu giusto è una sfida: le edizioni limitate spariscono in un lampo, e chi arriva tardi rischia di restare a mani vuote.


Ma perché tutto questo hype? Forse perché, in un mondo che corre sempre più veloce, questi piccoli mostriciattoli di vinile diventano talismani di appartenenza a una tribù effimera ma potentissima. Non si compra solo un giocattolo, ma un pezzo di cultura pop, un rito collettivo che unisce teenager, collezionisti e hypebeast in un unico, folle abbraccio.


Un fenomeno che ci ricorda come, tra limited edition e selfie davanti al negozio, il desiderio di possedere qualcosa di raro e condividere quell’esperienza con gli altri sia più vivo che mai. E chissà, magari tra qualche anno questi Labubu diventeranno oggetti da museo, testimoni di una mania che ha fatto impazzire Milano e non solo.