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La cantante lettone protagonista del capolavoro di Vincenzo Bellini: puristi in agguato e paragoni inevitabili: «Anch’io alla Scala sento il fantasma di Maria»
L’ultima volta che Callas la cantò era il 1955. Sono passati 70 anni, ma ancora oggi se dici Norma alla Scala, a comparire, temibile come l’ombra di Banquo, è il fantasma della divina Maria. Bisogna arrivare al 1977 perché un’altra diva, Montserrat Caballè, ardisse affrontare quel ruolo. Da allora, e per quasi mezzo secolo, l’opera di Bellini, pur se amatissima, è sparita dalle locandine del Piermarini. Troppo grande il rischio di tali confronti. Finché ora, a sfidare la leggenda, arriva Marina Rebeka, dal 27 giugno protagonista del nuovo allestimento di Olivier Py con Fabio Luisi sul podio.
Come si sente alla vigilia di un debutto così atteso e così temibile?
«Emozionata e trepidante. Norma è una parte di me, ha segnato la mia vita, l’ho cantata tante volte — racconta il soprano lettone —. Ma alla Scala, è un’altra storia. Il fantasma di Maria è lì, spunta subito, già nella prima aria, Casta Diva. Il suo cavallo di battaglia. Quell’attimo di silenzio prima dell’attacco è il momento insidioso, così traboccante di memorie, di aspettative. I paragoni sono inevitabili, i “vedovi Callas” sono in agguato».
È pur vero che, per ragioni anagrafiche, sono sempre meno…
«Ma il mito sopravvive, anzi si alimenta con i ricordi e le registrazioni. La mia prima Norma è stata a Trieste nel 2016. Anche lì i callasiani impenitenti arrivarono in massa. Vecchiotti ma agguerritissimi. A vederli mi sono tremate le gambe, ma alla fine, invece dei temibili ravanelli, mi sono piovuti addosso tanti di quei fiori da ricoprire tutto il palcoscenico. Il bello del mio mestiere è che non sai mai quel che succederà».
Quindi tutto si gioca su «Casta Diva»?
«Si, dopo quella gemma, comincia l’opera. Anche se a seguire arriva una cabaletta, meno iconica ma ben più difficile, tutta acrobazie e colorature. Che però, terminando in un pianissimo, non scatena mai gli applausi. Neanche Callas li riceveva in quel punto».
Visto che la conosce così bene, chi è Norma?
«Una sacerdotessa, una guerriera, una strega. Un’amante gelosa, ma anche una madre pronta a tutto per i suoi figli».
E nella versione di Olivier Py?
«Una cantante. Un soprano che, in una Scala ricreata in scena come tempio della musica, cerca di interpretare Medea. La cui storia, nel libretto di Felice Romani, somiglia molto a quella di Norma. Anche Norma medita in un primo tempo di uccidere i figli, ma poi prevale l’istinto di madre e li salva affidandoli al padre, Oroveso, Michele Pertusi».
Diversa anche la figura dell’amante traditore, Pollione (Freddie De Tommaso) lascerà Adalgisa (Vasilisa Berzhanskaya) per seguire Norma nella morte...
«La grandezza di Norma, che a sorpresa si assume la colpa scagionando la rivale, lo colpisce e lo commuove. “Troppo tardi ti ho conosciuta” le dice ammirato, deciso a condividere il rogo con lei. Un finale tragico per un amore impossibile visto che Pollione è il nemico usurpatore. Anche se qui i “barbari” risultano più umani e saggi dei “civilizzatori” romani».
Come verranno mostrate in scena le due fazioni?
«L’opera è del 1831, già carica di pulsioni risorgimentali. Il regista trasporta la vicenda nella Milano dell’epoca, con le tensioni tra patrioti e austriaci. Smessa la tunica dorata della sacerdotessa, Norma indosserà un costume ottocentesco simile a quello di Alida Valli, contessa Serpieri in Senso di Visconti».
In effetti il coro «Guerra! Guerra» fu cantato dai patrioti ancora prima del «Va, pensiero» verdiano.
«Un’invocazione che oggi, con tutti i conflitti in corso, palesi e nascosti, colpisce profondamente. A far da contraltare resta “Casta Diva”, con la supplica alla Luna per una pace da spargere sulla Terra».
Una trasposizione interessante ma anche rispettosa delle radici culturali dell’opera.
«Non è sempre così. In genere a me è andata bene, ho lavorato con direttori come Muti, Pappano, Mehta. E ho dei punti fermi: non mi spoglio in scena, non accetto scene di violenza sessuale. Però in qualche stravaganza sono incappata: un Don Giovanni a Zurigo trasformato in gorilla a cui tiravano le banane, o ad Amburgo Norma e Adalgisa coppia lesbica… Assurdità che danneggiano la musica e pure la biglietteria. Il pubblico a teatro vuole gustarsi l’opera, non assistere al suo scempio. Non a caso ogni produzione di Zeffirelli fa ancora il tutto esaurito. La bellezza della musica va onorata, penetra in chi l’ascolta, è come un’acqua che ci rigenera. Sono convinta faccia bene alla salute».
A lei di sicuro ha fatto benissimo.
«Merito di mio nonno. Avevo 13 anni quando a Riga mi portò per la prima volta a teatro. Dove, guarda caso, davano Norma. Restai così colpita che durante l’intervallo gli dissi: da grande la canterò anch’io. Se non era destino questo…».
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