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Il regista svizzero: «Con "The Seer" indago sui traumi dei conflitti, dall’Iraq alle Primavere arabe»
Una fotografa di guerra violentata durante la Primavera araba, un iracheno a cui viene amputata la mano dall’Isis. The Seer (La veggente), di Milo Rau, regista e direttore di uno dei più importanti festival teatrali d’Europa, il Wiener Festwochen, in prima nazionale alla Biennale Teatro di Venezia (12-13 giugno, Teatro alle Tese), è un dramma narrativo perturbante che unisce due destini. Ne è protagonista Ursina Lardi, Leone d’argento 2025, «straordinaria interprete — esordisce Rau — con cui collaboro da dieci anni».
The Seer, come molte creazioni del regista svizzero, si ispira a figure della tragedia greca. «In questo caso Filottete, di Sofocle — riprende Rau —. Nel canone delle opere arrivate a noi l’unico eroe “danneggiato”, ferito, lontano dall’ideale di perfezione fisica dell’estetica greca. Una figura traumatizzata che ci interroga: come si può convivere, elaborare un trauma in un contesto di guerra? L’arte può alleviare la sofferenza?».
Il progetto è girato quasi interamente a Mosul, dove, spiega Rau, «abbiamo incontrato Azad Hassan, un ex insegnante. Durante l’occupazione dello Stato Islamico gli è stata mozzata una mano come punizione, dopo essere stato condannato da un tribunale della Sharia. Ci ha raccontato la sua storia, le repressioni brutali sotto il regime».
La narrazione in video di Azad incrocia quella sul palco di Ursina, fotografa di guerra ossessionata dalle immagini di violenza, è una «veggente» perché riesce a «vederle» ancora prima di scattare. È, dice a un certo punto, «come se l’immagine fosse nata prima nella mia testa e fosse uscita solo attraverso lo scatto».
«Da 26 anni frequento zone di guerra — riflette Rau —, a 19 anni ero in Chiapas, poi nei Balcani e in Medio Oriente. Nei miei spettacoli ricorrono temi come la rappresentazione della violenza, la rielaborazione delle mitologie collettive, l’apertura dello spazio teatrale al reale. Temi che si ritrovano e fondono in The Seer. Da giovane — prosegue — non sapevo cosa sarei diventato, ero indeciso se sociologo, reporter o regista teatrale, percorsi sui quali continuo a muovermi, e che in questo progetto trovano una sorta di sintesi».
The Seer si apre con il ricordo che Rau conserva della sua prima immagine di violenza. «Risale all’occupazione della Cina da parte del Sol Levante (1931), i giapponesi avevano progettato una particolare baionetta, la foto ne illustrava la “sperimentazione”: gli invasori colti mentre affondavano la lama, da un lato un cumulo di cadaveri, dall’altro una fila di “nemici” in attesa di essere trafitti. Quell’immagine era per me un enigma da decodificare nella sua intersezione di violenza, morte, potere. Nello spettacolo Ursina guarda quella foto, prova a capirne il senso, è una fotografa di guerra, lei “crea” immagini, si domanda se i suoi scatti potrebbero esistere se non ci fosse l’immagine che lei stessa ne crea».
Una riflessione che diventa una spirale che si autoalimenta: «Quando, con lo stupro, passa da essere testimone a vittima, diventa lei stessa un “oggetto” fotografico da diffondere in rete. Quindi: di cosa realmente parliamo quando rappresentiamo la violenza?».
Dal 12 al 19 ottobre Rau tornerà in Italia, al Romaeuropa Festival (4 settembre – 16 novembre) con una nuova creazione, La Lettre: «Uno spettacolo con due soli attori, che esplora il trauma che ognuno di noi porta con sé, ciò che cambia il corso di una vita».
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