Cinque professionisti dell'informatica, alcuni dei quali lavoravano per grandi aziende o si occupavano dell'installazione di sistemi domotici, sono finiti sotto processo a Milano per aver messo in piedi una rete clandestina di spionaggio digitale. Sfruttando la scarsa attenzione alla sicurezza da parte di molti utenti, questi esperti riuscivano a penetrare nelle telecamere di sorveglianza di abitazioni private e negozi, spesso grazie a password mai cambiate o lasciate sulle impostazioni di fabbrica. Una volta ottenuto l'accesso, le immagini venivano dirottate su server esterni e le credenziali di accesso venivano rivendute in chat private, in particolare su piattaforme social estere come VKontakte, dove la privacy sembra essere solo un miraggio.



Il fenomeno ha coinvolto migliaia di vittime ignare, le cui scene di vita quotidiana – dalla cucina alla piscina, dal salotto al negozio – sono finite letteralmente in vetrina, pronte per essere scambiate o vendute a collezionisti di tutto il mondo. E il prezzo? Basti pensare che a Milano, per appena 10 euro, si potevano acquistare fino a 50 password di accesso, un dato che fa riflettere sull'enorme volume di dati sensibili messi in circolazione e sul valore irrisorio attribuito alla privacy personale.

La sentenza del giudice Cristian Mariani ha inflitto pene comprese tra due anni e mezzo e tre anni e mezzo, già ridotte grazie al rito abbreviato. Tuttavia, la vera difficoltà giudiziaria è emersa proprio dall'impossibilità di identificare le vittime: la maggior parte delle persone spiate non saprà mai di essere stata osservata, un paradosso che rende difficile procedere penalmente per reati come l'accesso abusivo a sistemi informatici protetti, che richiedono la denuncia della parte lesa.

Non è la prima volta che la cronaca italiana si trova a fare i conti con casi simili: solo pochi mesi fa, a Empoli, ben 70 infermiere sono state spiate sotto la doccia dell'ospedale, mentre ad Ancona un dipendente è stato denunciato per aver nascosto una microcamera nei bagni delle colleghe. Questi episodi si inseriscono in un contesto sociale in cui la sicurezza digitale fatica a tenere il passo con la diffusione della tecnologia: secondo l'ISTAT, l'Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo, con quasi un quarto della popolazione sopra i 65 anni. Questa fascia d'età, spesso meno avvezza alle pratiche di sicurezza informatica, rischia di diventare il bersaglio preferito di hacker e malintenzionati.

Nel frattempo, il mercato delle telecamere di sorveglianza continua a crescere, spinto dalla domanda di sicurezza domestica e commerciale. Ma la vicenda milanese dimostra che, senza una cultura della protezione dei dati e senza controlli più stringenti, la tecnologia può trasformarsi in un'arma a doppio taglio. E mentre le password si scambiano come figurine, la privacy di migliaia di italiani rimane appesa a un filo, spesso troppo sottile per resistere alla curiosità – o alla malafede – di chi sa dove guardare.