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II Festival di cinema sono come i tornei di tennis, e a Valeria Solarino ne manca uno per fare il Grande Slam, la vittoria nelle quattro maggiori competizioni. Dopo aver fatto la madrina al Festival di Torino e alla Festa del cinema di Roma, ha lo stesso ruolo al Festival di Taormina, rilanciato da Tiziana Rocca, al via il 10 giugno. «E’ un modo per festeggiare il cinema e parlarne con gente che ama questo mestiere».
A Torino ha dovuto vedersela con Nanni Moretti.
«Era il direttore artistico, ed era il mio mito. Fu una conduzione scherzosa, aveva voglia di divertirsi in una serata ufficiale, ricordo che non dovevo mai nominare cifre e si creò una gag su questo. Non lo conoscevo di persona, l’avevo incontrato casualmente per strada, timidamente mi sono presentata e lui mi ha risposto: lo so chi sei».
A Roma conobbe Springsteen
«Presentava un documentario su una sua incisione e come madrina mi invitavano a tutti gli eventi. Gli ho detto che da piccola ho imparato l’inglese con le sue canzoni, a un certo punto mi ha detto “noi artisti” e mi sono sentita in cielo».
Ora Taormina. Sembra Cannes: Scorsese, Michael Douglas, Deneuve, Bellucci, Colman, Helen Hunt…
«Essendo affascinata dal processo creativo, a Scorsese vorrei chiedere come arrivano le idee. Io ogni volta è come se ricominciassi da zero, da questi grandi artisti vorrei sapere come si mantiene quel livello, e poi se percepiscono una responsabilità personale in un momento di tensioni e guerre come questo».
È mai stata in gara?
«No. A Venezia sono stata alle Giornate degli autori e nella giuria delle opere prime, di cui era presidente l’americano Bill Mechanic: ha prodotto Boy’s don’t cry, gli ho detto che amo quel film. Ti auguro di farne uno simile, mi ha risposto; in fondo il mio Viola di mare, su due donne che non possono vivere il loro amore, è simile».
In credito con la carriera?
«Sono stata fortunata, ho incontrato belle persone con cui ho lavorato bene. Sono consapevole di essere in un momento di passaggio, in un’età che va ridefinita. Ho ripreso a fare teatro, e non come ripiego, ho cominciato da lì.. Ho tre progetti in piedi».
Intanto due giorni fa ha debuttato alla Scala.
«Tucidide. Atene contro Melo,di Alessandro Baricco, con Stefania Rocca e cento viloncellisti. Era la prima volta che ci entravo, quando vi passavo davanti ero ammirata e con un senso di timore reverenziale. Ho voluto i miei nipoti in sala perché respirassero bellezza, creatività, fatica».
Quante volte le hanno chiesto perché non ti sposi con Giovanni Veronesi?
«…Oppure sui figli che non ho avuto. E’ una mia scelta, non è qualcosa che mi manca, si può avere senso materno senza averli. Associare l’essere donna all’essere madre mi fa sorridere. Il problema è la condizione sociale».
Cioè?
«Nel tour teatrale di Perfetti sconosciuti gli attori sono tutti padri, noi tre donne, no. Come puo’ coincidere un’attrice mamma con un tour teatrale? Ci sono tante rinunce».
Il tennis è una sua passione: punti di contatto col mestiere d’attrice?
«C’è la solitudine, ma dietro hai un team, e poi la gestione delle emozioni. Io scrivo anche di tennis. Il mio entusiasmo si è un po’ raffreddato col ritiro di Nadal, il suo modo di lottare era unico, l’ho conosciuto, mi ha regalato la sua maglietta per il mio compleanno. Mi colpisce l’addio di quegli atleti che fin da bambini devono stare attenti a cosa mangiare, a quello che non possono fare e improvvisamente…E’ tanta roba».
Lei è stata un’atleta.
«In me tutto doveva essere funzionale al rendimento sportivo. Mi sono truccata la prima volta a 20 anni. Nel mio lavoro l’immagine è al centro. Io non ne sono influenzata. Non sono nata nell’era dei social. Simone de Beauvoir mi ha illuminata».
Perché?
«Diceva che se le donne storicamente non sono parte attiva della società, non avendo utilità diventano oggetto e devono cominciare a farsi belle, a curarsi proprio in quanto oggetto. Io ho le caviglie sottili, che per i nostri canoni estetici denotano bellezza. Ma le ho sempre considerate un difetto perché quando giocavo a basket prendevo tante storte, e le ho coperte con gli stivali o gli anfibi, perché non erano utili, me ne vergognavo».
6 giugno 2025 ( modifica il 6 giugno 2025 | 10:00)
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