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L'attore aveva 67 anni ed è stato trovato senza vita nella sua casa di Malibu. Era diventato famoso in tutto il mondo diretto da Quentin Tarantino
E’ stato trovato senza vita nella sua casa a Malibù, l’attore Michael Madsen, uno dei preferiti di Tarantino, presente in molti dei suoi film. La notizia, data da Nbc News, parla di un probabile arresto cardiaco, come ha detto il suo manager Ron Smith: i soccorsi, con una chiamata al 911, sono subito intervenuti ma hanno solo potuto constatare il decesso dell’attore 67enne che ultimamente si era dedicato con molto entusiasmo al cinema giovane, indipendente, quello di un’alta generazione, partecipando a titoli come «Resurrection road», «Concessions» e «Cookbook for southern housewives». Se le cause del decesso non sono ancora ufficiali, la polizia ha fatto sapere che non si sospetta l’omicidio, anche se resta una zona di mistero.
Inoltre, Madsen stava anche preparando un libro autobiografico dal titolo «Tears for my father: outlaw thoughts and poems». Madsen era nato il 25 settembre 57 a Chicago, figlio di una regista e di un pompiere, lascia tre mogli, cinque figli (su uno fu accusato anche di aver usato presunta violenza sotto l’influenza di alcol) e aveva una sorella anche lei nel cinema, Virginia Madsen. Ma non c’è dubbio che la popolarità, Madsen la deve tutta ai film di Tarantino che, com’è noto, ha promesso di girare ancora un titolo e poi di lasciare definitivamente il cinema. Per il popolare regista delle «Iene» (Reservoir dogs, 1992), il suo primo cult, proiettato a Cannes, Madsen era uno dei volti preferiti, qualunque fosse il contesto della storia.
Già nelle «Iene», spietata resa dei conti di alcuni criminali dopo una rapina andata male, è uno psicopatico che prende in ostaggio un poliziotto e lo tortura, in «Kill Bill» (volume 1 e 2) Madsen, sadico fratello di Bill, viene ucciso, mentre in «The hateful eight», a suo modo un concentrato di western girato con ambizioni giganti e ampi spazi dialogici quasi teatrali, Madsen è un cowboy misterioso. Infine in «C’era una volta a… Hollywood», ancora più pieno di citazioni degli altri, ora intellettuali e ora trash, con cui il regista riscrive un pezzo di storia salvando il destino infelice della moglie di Polanski, trucidata dalla comunità satanica di Manson. Oltre a Tarantino, che lo scoprì vedendolo in «Uccidimi due volte», già nel ruolo di uno psicopatico di cui fu l’icona, la carriera del duro dalla personalità screziata come Madsen, lo vede in «Donnie Brasco» e «Thelma e Louise», «War games», «The doors» e, scavando nella sua personalità certo molto complessa e contraddittoria, lo si trova anche autore poeta, simbolo di due estremi.