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di Barbara Visentin

Il batterista del gruppo punk rock newyorkese mercoledì 9 luglio è in concerto al Circolo Magnolia di MIlano

«Le canzoni dei Ramones sono troppo belle per non essere suonate», dice Marky Ramone: l’unico componente superstite del mitico gruppo punk-rock newyorkese è in Italia (dove passa circa tre mesi all’anno, nella sua casa in Toscana) per un concerto, mercoledì 9 luglio al Circolo Magnolia di Milano, alla guida dei suoi Marky Ramone’s Blitzkrieg. In scaletta, neanche a dirlo, tutti i successi della band in cui ha suonato la batteria per oltre 1.700 show, dal 1978 fino allo scioglimento, subentrando al primo batterista, Tommy, che aveva deciso di voler fare il produttore.

Il suo ingaggio, racconta il musicista, 72 anni, avvenne al Cbgb, storico «covo» della scena punk di Nyc: «Ero seduto al bar del locale quando Didi Ramone, che già conoscevo, mi si è avvicinato. Ho iniziato subito a provare, in due settimane ho dovuto imparare tutto». Dei tour con il gruppo ricorda «l’amicizia e il divertimento, dormivamo al massimo quattro ore per notte e sapevamo come fare festa, nessuno stava a guardare il telefono». 

Un periodo non privo di eccessi: «Io ho smesso completamente di bere prima che fosse troppo tardi, sentivo che suonare la batteria era più importante e l’ho fatto al momento giusto. Parlo dell’alcol perché non ho mai preso droghe, non mi piacciono affatto. Ma ne giravano tante, come ne girano ancora, nulla è cambiato. Fanno veramente male e ovviamente si può fare punk anche senza queste cose. Anzi, se ce n’è bisogno, si rischia solo di ammazzarsi».

Con i Ramones, prosegue, «abbiamo dato vita al punk a New York City e tante altre band ci hanno copiato, per loro stessa ammissione. Non abbiamo mai seguito le mode e non siamo mai cambiati, raccogliendo fan in tutto il mondo, ma certo non avremmo mai pensato che saremmo arrivati a vincere un Grammy o saremmo entrati nella Rock’n’Roll Hall of Fame».

Cose che, invece, sono accadute, a dispetto di chi, fra i detrattori, sosteneva che i loro brani, fulminei e orecchiabili, fossero tutti simili e troppo semplici: «I fan li adorano, forse chi li critica non ne sa abbastanza perché sono uno diverso dall’altro - dice Marky Ramone -. Noi eravamo stufi delle band che facevano canzoni lunghe 5 o 10 minuti, con assoli di chitarra ridicoli e autoindulgenti. Amavamo le canzoni da 2 minuti o 2 e mezzo al massimo che dicessero tutto in quel tempo lì, senza bisogno di luci pazzesche o altri effetti, come l’autotune e i campionamenti che si usano oggi».

Una volta deciso di smettere, nel 1996, «ci eravamo detti che non ci sarebbe stata alcuna reunion - prosegue Marky -. Oggi tante band si riformano, ma spesso c’è un solo componente originale. Mantengono il nome, ma non è la stessa band. Comunque affari loro, magari hanno bisogno dei soldi o sentono la mancanza del palco». Nemmeno la reunion degli Oasis lo scalfisce: «Sono tornati? Bene per loro». Li ha mai seguiti? «No, mai».
Portare dal vivo il repertorio dei Ramones, spiega, è anche un tributo agli ex compagni: «Ogni volta che suono penso a loro. È davvero assurdo che siano morti così giovani, quindi voglio mantenere vive le canzoni. Mi manca la loro amicizia, le risate e i tour insieme. Il tempo passa e si ripensa solo alle cose belle».

Arriveranno dei nuovi Ramones? «No, non succederà mai. O ci vorrà davvero tanto tempo. Forse arriverà qualche nuova band in grado di essere originale, e questo già sarebbe importante».

7 luglio 2025 ( modifica il 7 luglio 2025 | 07:36)

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