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di Valeria Crippa

Il ballerino di flamenco è fra i protagonisti del gala «Les Étoiles pour homme» che chiude il Ravenna Festival il 13 luglio

«La danza maschile è forte come non mai. Noi infrangiamo tabù e scavalchiamo steccati di genere e di stile. Per questo il pubblico ci ama». Tra tori volanti appesi a funi, Sergio Bernal ha appena vestito i panni del torero Escamillo nella spettacolare «Carmen. 150 anni» targata Fura del Baus che ha debuttato in prima mondiale davanti a migliaia di persone al festival Veranos de la Villa di Madrid, sua città natale, il 7 luglio.

Sarà lui, il divo del flamenco di oggi, il capofila del gala «Les Étoiles pour homme» che chiuderà in esclusiva il Ravenna Festival il 13 luglio al Palazzo Mauro De André. Cigni, corvi, crisalidi: è muscoloso, ma non muscolare l’universo spesso zoomorfo dell’uomo danzante, capace di inebriare il pubblico come la scia di un profumo seducente, accaparrandosi trofei sottratti all’iconografia femminile, come lo storico «Lamentation», assolo-feticcio della madre della modern dance Martha Graham qui affidato per la prima volta a un interprete maschile, lo statuario Lloyd Knight, o come l’inossidabile «Morte del Cigno», qui virata en travesti da Andrea Fabbri, alias Tatianna Youbetyabootskaya, italiano in tutù negli ironici Les Ballets Trockadero de Monte-Carlo.

Nella serata ideata da Daniele Cipriani,
prossimo direttore artistico del Festival dei Due Mondi di Spoleto, figurano anche Davide Dato del Balletto di Vienna, Matteo Miccini e David Moore del Balletto di Stoccarda, il duo Sasha Riva e Simone Repele, nella loro versione del «Cigno Bianco» in prima assoluta.

Se il tema della libertà è sviluppato con echi politici in «Complete the Revolution» di Christopher Wheeldon, danzato dal nero Knight sul discorso «Jobs and Freedom», pronunciato dall’attivista per i diritti afroamericani John Lewis durante la Marcia su Washington del 1963, è invece bifronte il programma scelto da Bernal per la serata, in equilibrio tra flamenco (l’iberica «Farruca a dos») e danza classica (l’assolo «Rodin» ispirato alla scultura bronzea «Il Pensatore» realizzata dall’artista francese).

Di certo è inclusivo l’olimpo di riferimento del versatile bailaor: «I miei modelli sono sia maschili, come Mikhail Bayshnikov e Rudolf Nureyev, sia femminili come Carla Fracci, Eleonora Abbagnato e Raffaella Carrà, oltre ovviamente alle icone del flamenco Lola Greco e Carmen Amaya. Non potrebbe essere diversamente, mia madre Maria Isabel è una donna forte e l’adoro per questo: è stata lei la figura di riferimento della mia vita», racconta in un italiano fluente il 34enne Sergio, simpatico come il ragazzo della porta accanto, anche se ormai conteso tra moda, sponsor e teatro.

«In ogni uomo c’è una parte femminile e noi danzatori la liberiamo in scena insieme al lato maschile» afferma, in controtendenza rispetto all’escalation di mascolinità brutale. «Assistiamo a continue dimostrazioni di forza da parte dei potenti del mondo. Ma la vera forza non va esibita, la danza lo insegna. Se mostri lo sforzo, perdi carisma. Le bombe distruggono, l’arte libera emozioni che non si dimenticano. Perciò la danza è potere».

Sogna di fare l’architetto o magari il sindaco di Madrid, perché quello del danzatore è un mestiere a termine: «Ma per ora il palco lo vivo anche come una terapia — confessa Bernal —. Ha sanato le mie ferite e la mia solitudine quando mio padre sparì dalla mia famiglia e quando mia nonna materna Inés, nel 2016, spirò tra le mie braccia: ero il suo nipote preferito, mi abbracciò e smise di respirare, non ci credetti finché, avvicinandole uno specchio alla bocca, vidi che non si appannava. Così ho vissuto l’attimo che separa la vita dalla morte: lo porto dentro di me sul palco quando ballo il Cigno».

Tuttora lo segue un terapista: «Anche la mente ha bisogno costantemente di una doccia per depurarsi, proprio come il corpo». Il cinema continua a tentarlo: «Ho cominciato a 13 anni con Carlos Saura nel film "Iberia", di recente ho preso parte a "The Opera!" di David Livermore e Paolo Cucco al fianco della musa di Pedro Almodóvar, Rossy de Palma, una leonessa della cinepresa. Ma il mio sogno è proprio lavorare con Almodóvar, mi incanta la sua visione».

10 luglio 2025

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