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di Wladimir Calvisi

Il duo americano formato dai fratelli Ron e Russell sarà in concerto al Tam Teatro Arcimboldi di Milano l’8 luglio, unica data italiana

Oltre 350 canzoni, 26 album, da 54 anni sul palco. Indefiniti e indefinibili. Eccoli gli Sparks, «il più grande gruppo musicale di cui non avete mai sentito parlare». Iniziamo da qui, dall'espressione che forse più di tutte li ha caratterizzati nel tempo. Una definizione che (va detto) non è nata per loro e negli anni è stata associata a più riprese a tanti fenomeni della musica (Frank Zappa ci ha pure intitolato un album live nel 1991, «The Best Band You Never Heard In Your Life»), ma che su di loro è stata cucita più che su chiunque altro, complice anche un servizio della Bbc che uscì con questo titolo, rilanciandone il mito. E il culto. 

Perché, in fondo, forse, di questo si tratta. Geniali, bizzarri, colti e kitsch, diretti ed ermetici, grotteschi e lineari. Con un senso dell'umorismo e dell'autoironia fuori dal comune. Due fratelli, Ron e Russell, nati in California, nei dintorni di Los Angeles, anche se avrebbero preferito nascere in Gran Bretagna. La madre è una bibliotecaria, il padre un grafico e caricaturista. Ne subiscono l'influenza, così come vengono travolti da quello che sta succedendo intorno a loro in quell'angolo di mondo negli anni Sessanta. Classe media americana, famiglia attenta a cultura e conoscenza. Frequentano libri e cinema (un loro grande rammarico, che però si chiuderà in bellezza), si appassionano di arte, visiva e narrativa. Un'eredità che porteranno nella loro storia artistica spingendola agli estremi. 

Stregati dalle sonorità dal tempo, dai Pink Floyd agli Who, studiano rispettivamente piano e violino. Formano una band, nel 1968, con il nome di Halfnelson. conquistano il produttore Todd Rundgren, pubblicano il primo album omonimo nel 1971 e lo ripubblicano con il loro nome definitivo, Sparks, nel 1972. Diventeranno poi gli Sparks Brothers (...anche se non si chiamano Sparks, ma Mael). Intorno a loro si alternano in tanti, ma il duo rimane sempre fisso, voce e tastiera, Russell e Ron. Falsetto unico, pose ammiccanti, bell'aspetto e stravaganza per Russell. Tecnica, freddezza nelle pose insieme ad estrema eccentricità, e baffetti «speciali» per Ron.  Lavoro duro e meticoloso, singolari nella scrittura dei testi, irriverenti nelle copertine, presenza scenica teatrale e grandi doti. 

Il salto arriva proprio nel loro paese elettivo, la Gran Bretagna, dove (poco compresi in patria) sbarcano conquistando le vette di Top Of The Pops con «This Town Ain't Big Enough For Both Of Us», un pezzo che sbalordì un'intera generazione. La leggenda narra che quando John Lennon li vide in tv chiamo Ringo Starr ed esclamò: «Accendi la televisione. C'è Adolf Hitler che sta suonando con Marc Bolan». riferendosi ai baffetti di Ron che tanto ricordavano quelli del dittatore (quando questo paragone era forse più accettato, tanto da essere ripreso in centinaia di recensioni dell'epoca) e molto anche quelli (per chi preferisce riferimenti meno aspri) di Charlie Chaplin. Pop, rock, glam, swing, electro-disco, new wave e synthpop e tanto altro. Spesso prima che queste definizioni esistessero. Ipnotici e psichedelici, amanti del paradosso e molto poco del mainstream. Sempre coerenti con la loro strada e visione, alla perenne ricerca di una consacrazione (ma forse no) che non prevede di scendere a compromessi, ma di farsi gioco, tutte le volte che si può (e anche quando non si può) del sistema che gli sta intorno. 

Si divertono Ron e Russell, sempre. Dissacranti e cinici. Caricaturali ma perfetti. La loro arte ha ispirato decine di artisti, di più generazioni. Dai Joy Division agli Smiths, dai Duran Duran ai Depeche Mode, dai Blur a Bjork fino a Beck e Franz Ferdinand. E tanto altro. Come i Queen, che aprirono un loro concerto e che portarono gli Sparks a chiudere quasi un accordo con Brian May. Andò in un altro modo. E forse è meglio così. Alla domanda specifica sul fatto che potessero aver ispirato la band di Freddie Mercury o altri grandi leggende della musica, Ron anni fa rispose in modo sibilino: «Ogni band può aver avuto il proprio stile negli anni '70, ma alcune band ascoltavano molto attentamente le altre. Ho detto abbastanza». E non per ambizioni di paternità, ma forse soprattutto perché un qualche ringraziamento in più negli anni (oltre ai tantissimi arrivati) se lo sarebbero aspettato. 

«Tutta la musica pop è riarrangiata dagli Sparks», ha da poco dichiarato il produttore Jack Antonoff. Un modo per riconfermare il claim «Gli Sparks sono la band preferita della tua band preferita», che ha accompagnato il fantastico documentario su di loro diretto da Edgar Wright (il loro primo contatto è stato su Twitter): 80 interviste, 2 anni e mezzo di lavoro e tonnellate di materiale eccelso. Prima di tutto loro, con la loro semplicità e complessità. 

Capaci di stravolgere tutto con testi e canzoni che già dai titoli sono tutto un programma: «Never Turn Your Back on Mother Earth», «Balls», «Under the Table with Her», «Everybody’s Stupid», «The Number One Song in Heaven», «Dick Around» (per citarne solo alcune). Capaci di creare una canzone ipnotica con una sola frase («My Baby's Taking Me Home») o di parodiare se stessi «invidiando» Sid Vicious e Sinatra («When Do I Get To Sing “My Way”»). 

E allora come si possono descrivere gli Sparks? «Il modo migliore per descrivere gli Sparks è dire che siamo una band che non è possibile descrivere», hanno detto in un'intervista a Rolling Stones. E forse è così, in questa altalena di stili e teatralità. Non si sono mai ritenuti artisti, anche se hanno sfruttato le potenzialità di tutte le arti. Hanno inseguito il cinema, puntando su Jacques Tati e Tim Burton (lavorarono per sei anni ad un film con lui, dimenticando tutto il resto, ma poi lui lasciò la regia...uno dei periodi più duri della loro carriera), per poi prendersi la rivincita nel 2021, con «Annette» di Leos Carax, per il quale hanno scritto tutte le canzoni (vincendo il Premio César per la migliore musica originale). 

«Ripartire ogni volta da zero. Cancellare tutto e ripartire» verso nuove esplorazioni ed esperienze, il loro segreto. Adesso tornano in tour, Ron e Russell, 79 e 76 anni (unica tappa italiana al Tam Teatro Arcimboldi di Milano martedì 8 luglio). Con la loro perversione musicale e un repertorio sterminato («Ho cantato centinaia di canzoni», dice Russell nel documentario. «Sì ma le ho scritte io», replica Ron). Per tutti i gusti. Per tutti gli stili. «E se non vi piace quello che facciamo non ci interessa». Parola di Ron. O di Russell. Degli Sparks, insomma.

5 luglio 2025 ( modifica il 5 luglio 2025 | 14:21)

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