
Un ragazzo di 19 anni, di nazionalità albanese, è stato arrestato a Pavia con l'accusa di aver guidato un gruppo online di orientamento neofascista e neonazista. L'indagine ha rivelato che il giovane era l'amministratore di una chat denominata "Terza Posizione", piattaforma digitale dove venivano diffusi messaggi di odio razziale, incitamenti alla violenza e teorie cospirazioniste antisemite. Tra i seguaci del gruppo figurano numerosi minorenni, molti dei quali hanno partecipato attivamente alla discussione con propositi estremisti.
L'operazione delle forze dell'ordine ha portato a galla un ambiente digitale particolarmente virulento, dove il 19enne, pur essendo di origine straniera, si faceva promotore di ideologie ultranazionaliste e xenofobe. All'interno della chat "Terza Posizione", si leggevano messaggi espliciti e inquietanti come "Bruciamo vivi i negri, i maghrebini e tutti gli stranieri". Lo stesso amministratore non si tirava indietro nel fomentare l'odio, scrivendo: "Non siamo qui per parlare, dobbiamo cominciare a mostrare i fatti. Meloni e Schlein sono burattini degli ebrei". Questa frase rivela la complessità dell'ideologia diffusa, che mescola antisemitismo a una generale sfiducia nei confronti della classe politica, etichettata come sottomessa a presunti poteri occulti.
L'aspetto più preoccupante dell'inchiesta riguarda la composizione del gruppo. Molti degli utenti che seguivano il 19enne, e che partecipavano con entusiasmo alle discussioni, sono risultati essere minorenni. Anche tra loro il livello di radicalizzazione appariva elevato, con frasi del tenore: "Dobbiamo commettere un genocidio, fare una rivolta in cui ci scappano i morti". Quindici di questi minorenni sono stati sottoposti a perquisizioni domiciliari. Gli agenti hanno rinvenuto materiale riconducibile a ideologie estremiste, ma anche oggetti potenzialmente utilizzabili per atti di violenza, come mazze e armi finte, suggerendo che le intenzioni espresse online potessero, in alcuni casi, tradursi in azioni concrete.
Il nome stesso della chat, "Terza Posizione", non è casuale. Storicamente, la Terza Posizione in Italia e in Europa indica una corrente ideologica neofascista che si colloca al di là degli schieramenti politici tradizionali (destra e sinistra), proponendo una visione rivoluzionaria e anti-sistema. Emersa in Italia in particolare negli anni '70, questa ideologia ha sempre cercato di distinguersi dal fascismo storico e dal nazismo, pur condividendone spesso i principi di autoritarismo, nazionalismo estremo, militarismo e opposizione alla democrazia liberale e al capitalismo. Oggi, il suo riemergere in contesti online evidenzia una continuità con il passato, adattata alle nuove dinamiche della comunicazione digitale. La capacità di queste piattaforme di aggregare individui con visioni estreme è un fenomeno crescente, che le forze dell'ordine e gli analisti osservano con preoccupazione.
Il caso di Pavia si inserisce in un contesto più ampio di crescente radicalizzazione online, in particolare tra i giovani. Internet e i social media offrono un terreno fertile per la diffusione di ideologie estreme, permettendo la creazione di "bolle" digitali dove le convinzioni più radicali vengono rafforzate e normalizzate. Studi recenti condotti da centri di ricerca sulla radicalizzazione in Europa hanno evidenziato come le piattaforme di messaggistica criptata, come Telegram (spesso utilizzata per chat simili a quella di "Terza Posizione"), siano diventate luoghi privilegiati per la diffusione di propaganda d'odio, la pianificazione di attività e il reclutamento di nuovi adepti. La relativa anonimia e la percezione di impunità incoraggiano gli utenti a esprimere opinioni che non oserebbero pronunciare in pubblico, abbassando la soglia di censura sociale.
L'aspetto della nazionalità del 19enne, un albanese che guida un gruppo neonazista, aggiunge un ulteriore strato di complessità alla vicenda. Se da un lato l'ideologia nazionalista e xenofoba si basa sull'esclusione dell'altro e del "diverso", casi come questo mostrano come tali confini possano essere fluidi o persino irrilevanti per chi sposa una certa visione del mondo, indipendentemente dalle proprie origini. È un fenomeno che ricorda come l'adesione a movimenti estremisti sia spesso guidata da un senso di alienazione, dalla ricerca di appartenenza o da un'identità forte, piuttosto che da una coerenza ideologica rigida rispetto alle proprie radici.
L'indagine ha toccato anche un altro nervo scoperto: la saldatura tra il mondo neonazista e quello degli "incel". Il termine "incel", contrazione di "involuntary celibates", si riferisce a una comunità online di uomini che si percepiscono come incapaci di trovare un partner sessuale o romantico, nonostante il loro desiderio. Questa frustrazione si traduce spesso in misoginia profonda, risentimento verso le donne e verso la società in generale, arrivando talvolta a generare odio e incoraggiamento alla violenza. Sebbene non direttamente menzionato nel testo originale come dettaglio dell'accusa contro il 19enne albanese, il riferimento esplicito nel link ("La saldatura tra incel e neonazi") suggerisce un'interconnessione che non è affatto nuova. Esiste infatti una crescente letteratura che documenta come il risentimento degli incel possa fungere da ponte verso ideologie di estrema destra, come la supremazia bianca o il neonazismo, fornendo una struttura ideologica a un malcontento personale. Queste intersezioni creano un terreno fertile per la radicalizzazione, dove frustrazioni individuali vengono politicizzate e trasformate in odio collettivo.
Dal punto di vista legale, l'operato del 19enne e dei suoi seguaci potrebbe ricadere sotto diverse fattispecie. In Italia, la legge Scelba e la legge Mancino sanzionano l'apologia di fascismo, l'incitamento all'odio razziale, etnico, nazionale o religioso, e la creazione di associazioni con finalità eversive o discriminatorie. La gravità dei messaggi, che parlano esplicitamente di "genocidio" e "rivolta con morti", configura non solo un incitamento all'odio, ma anche possibili minacce gravi e l'istigazione a delinquere. La sfida per gli investigatori e la magistratura risiede nel tracciare la linea tra la libertà di espressione – seppur discutibile – e l'istigazione diretta alla violenza, soprattutto quando questa si manifesta in un contesto online dove le parole possono avere un impatto amplificato e raggiungere un pubblico vasto e influenzabile.
Il caso di Pavia è un monito sulla persistenza e l'evoluzione delle ideologie estremiste nell'era digitale. Sottolinea l'urgenza di monitorare attivamente gli spazi online, di educare i giovani ai pericoli della radicalizzazione e di rafforzare gli strumenti legali e operativi per contrastare la diffusione dell'odio e della violenza, sia nella loro forma manifesta che in quella latente, che si annida nei recessi delle chat e dei forum.