Canale 5 si prepara a rilanciare lo storico "Karaoke", ribattezzato "Super Karaoke" e affidato alla conduzione di Michelle Hunziker. Annunciato per il 27 maggio, il programma è stato temporaneamente posticipato, ma le due puntate sono già state registrate a fine marzo in piazza Trento e Trieste a Ferrara. L'operazione non è un caso isolato, ma si inserisce in una strategia televisiva sempre più orientata al ripescaggio di format dal passato, segno di un settore in cerca di certezze in un panorama mediatico frammentato e in continua evoluzione.

Il ritorno del "Super Karaoke" riaccende il dibattito sulla presunta stasi creativa della televisione italiana. Mentre "La Ruota della Fortuna" continua a funzionare, fungendo da apripista per altri tentativi di revival, reti come Canale 5 e Rai 1 attingono a piene mani dal loro archivio storico. Parallelamente al "Karaoke", si è assistito al ritorno di "Canzonissima" su Rai 1 e, nel campo della fiction, al vaglio di una settima stagione de "I Cesaroni". Anche l'acquisizione de "Ok, il prezzo è giusto" da parte di Rai, poi sfumata a favore di Mediaset che ne deteneva i diritti, conferma questa tendenza. La logica dominante è quella dell'“usato sicuro”, un approccio che mira a capitalizzare sulla nostalgia del pubblico e sulla familiarità con brand televisivi consolidati.

L'originale "Karaoke", lanciato da Fiorello negli anni '90 su Italia 1, era un format di access prime time che rivoluzionò la televisione italiana. Con una confezione artigianale, Fiorello girava le piazze d'Italia, offrendo a persone comuni la possibilità di esibirsi. Quello che oggi definiremmo un talent show ante litteram, il "Karaoke" si distingueva per la sua semplicità e la capacità di portare in TV la spontaneità delle persone. Fu un trampolino di lancio per Fiorello e un fenomeno culturale, capace di intercettare talenti emergenti come una giovanissima Elisa o Tiziano Ferro, allora sconosciuti al grande pubblico. Il format subì un primo cambio di testimone nel 1995, con il passaggio della conduzione al fratello Beppe Fiorello, ma già allora gli ascolti erano in calo e l'entusiasmo si stava affievolendo.

Il tentativo di riportare il "Karaoke" in auge non è una novità. Nel 2015, Italia 1 aveva già proposto una versione revival con Angelo Pintus, cercando di riprodurre fedelmente lo spirito originale. L'esperimento, tuttavia, si rivelò un insuccesso e fu rapidamente accantonato, dimostrando come il semplice riproporre un format storico senza un'adeguata contestualizzazione o innovazione possa non bastare a riconquistare il favore del pubblico. I tempi erano cambiati, il pubblico anche, e la televisione aveva già introdotto numerosi talent show ben più strutturati e competitivi.

Il "Super Karaoke" odierno si presenta con una veste radicalmente differente. Pensato per la prima serata, il programma si avvarrà di un palco imponente, degno di un grande show, e ospiterà la partecipazione di celebrità. Questa impostazione, se da un lato mira a elevare il format al rango di grande evento, dall'altro rischia di snaturarne l'essenza più autentica. Il cuore pulsante del "Karaoke" originale risiedeva proprio nella sua immediatezza e nella valorizzazione dei "non professionisti" senza filtri. Un cantante famoso che duetta con uno sconosciuto non è più il "Karaoke" che il pubblico degli anni '90 ha amato; assomiglia piuttosto a uno dei tanti segmenti già visti in programmi come "Io Canto", aggiungendo una variante legata all'ambientazione in piazza. Il rischio è di creare un ibrido che non sia né completamente nuovo, né fedele all'originale, finendo per essere un prodotto privo di una propria identità distintiva.

Questa strategia del "revival" non è esclusiva dell'Italia, ma riflette una tendenza globale. Negli Stati Uniti, ad esempio, i reboot di sitcom classiche o il ritorno di game show iconici sono all'ordine del giorno. Tuttavia, la frequenza e la pervasività di tale fenomeno in Italia sollevano interrogativi più profondi sulla salute creativa del settore. L'investimento in format consolidati riduce il rischio economico e di ascolti, aspetti cruciali in un mercato pubblicitario volatile. Sviluppare nuovi programmi originali richiede tempi lunghi, capitali ingenti e, soprattutto, una forte dose di rischio. Affidarsi all'usato sicuro diventa una scorciatoia tentante per dirigenti come Pier Silvio Berlusconi, che cercano di garantire un minimo di audience in fasce orarie competitive.

Il problema, tuttavia, non risiede solo nella mancanza di idee, ma anche nella percezione del "rinnovamento". Spesso, i comunicati stampa annunciano versioni "completamente rinnovate" per adeguarsi ai tempi che cambiano. In realtà, al di là di qualche ritocco scenografico o l'inserimento di elementi superflui come i VIP, la sostanza rimane pressoché inalterata. Questo approccio non fa che alimentare il sospetto che la televisione italiana stia invecchiando con il suo pubblico, perdendo la capacità di attrarre le nuove generazioni, abituate a contenuti più innovativi e on-demand offerti dalle piattaforme di streaming.

Il "Super Karaoke" si trova di fronte a una sfida complessa: non solo deve superare i precedenti fallimentari, ma deve anche dimostrare di poter reggere una prima serata con un format originariamente pensato per l'access prime time. Dovrà distinguersi in un panorama saturo di talent show e reality, senza smarrire quel tocco di autenticità che ne aveva decretato il successo trent'anni fa. La nostalgia, per quanto potente, è un meccanismo che ha una scadenza e non può essere l'unica bussola per la direzione futura della televisione. Il rischio è che, nel tentativo di rianimare il passato, si finisca per confermare la percezione di una televisione che fatica a proporre qualcosa di veramente nuovo e coinvolgente.