(di Lara Sirignano) Nomi noti, vecchi boss, gli affari di sempre: è una mafia che non cambia volto quella "raccontata" dall'ultima indagine della Dda di Palermo che oggi ha portato all'arresto di 13 persona tra capimafia, estortori e prestanomi di due storici clan cittadini: quello dell'Arenella e quello dell'Acquasanta, entrambi nel mandamento di Resuttana che da mesi vive violente fibrillazioni. Gli indagati sono 45 e il nucleo speciale polizia valutaria della Guardia di Finanza ha eseguito l'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip: per 8 indagati è stato deciso il carcere, per 5 i domiciliari. L'indagine è stata condotta con accertamenti finanziari e patrimoniali, intercettazioni telefoniche e ambientali, dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Due i personaggi chiave dell'inchiesta, Stefano Fidanzati, padrino dell'Arenella noto dai tempi del maxiprocesso in cui riportò una condanna a 16 anni per traffico di droga e fratello del boss storico deceduto Gaetano, e Raffaele Galatolo, entrambi punti di riferimento delle due "famiglie" nonostante gli anni trascorsi dietro le sbarre. Per i pm continuerebbero a risolvere controversie tra uomini d'onore e tra mandamenti, a gestire affari come quello ormai storico delle scommesse clandestine. "Rappresenta la casa", diceva di Fidanzati, non sapendo di essere intercettato, il mafioso Benedetto Marciante. "Fidanzati era dotato di una rete di conoscenze che gli permettevano persino di infiltrarsi all'interno della pubblica amministrazione - scrivono i pm coordinati dal procuratore Maurizio de Lucia - Emblematica di questo potere era la vicenda della ricerca di un lavoro al nipote". Il boss infatti si sarebbe speso, sfruttando le sue relazioni, "per arrivare a politici e amministratori di società pubbliche". Dalle indagini è emersa la capacità del boss di infiltrarsi anche in attività economiche al di fuori della Sicilia come nella società lombarda Servizi Integrati s.r.l. e di gestire affari illeciti come le scommesse illegali e le speculazioni immobiliari. Altro personaggio di spicco è Raffaele Galatolo che, sfruttando la semilibertà ottenuta per la buona condotta tenuta in carcere e i permessi premio, pur da detenuto è riuscito a tornare al vertice del clan dell'Acquasanta soppiantando il vecchio reggente, Giovanni Ferrante. Legatissimo al suo luogotenente, Benedetto Marciante, utilizzava per imporre il rispetto delle sue "direttive" il figlio Angelino. Non sapendo di essere intercettato a un commerciante della sua zona che si vantava di avere un cognato carabiniere, Galatolo diceva: "vedi di finirla che nomini a tuo cognato. ..che è sbirro... che è carabiniere.. .perché, gli ho detto, un sacchetto non te lo faccio vendere più... e ti faccio chiudere il negozio... te ne puoi andare dai carabinieri. ..e gli puoi dire pure 'Raffaele Galatolo mi ha minacciato'". Il boss dunque continuava a controllare il territorio e, grazie a prestanomi, gestire anche attività commerciali, come quelle di produzione e vendita del caffè, che gli consentivano di ripulire i capitali illeciti.
>ANSA-BOX/ Storici boss e affari, così la vecchia mafia continua a comandare a Palermo
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