Cortocircuito al Roma Pride: il bacio-provocazione tra Pascale e Adinolfi e la rivolta della piazza "inclusiva"

Bassi che pompano nelle casse, una marea di bandiere arcobaleno, corpi che ballano sotto il sole di Roma. È il Pride. Poi, improvvisamente, il nastro si inceppa. Il ritmo della festa si ferma, sostituito dal brusio elettrico della tensione. Al centro della scena, sotto gli occhi increduli della folla, si materializza la coppia che nessuno avrebbe mai potuto prevedere, nemmeno nel più bizzarro dei sogni di mezza estate: Francesca Pascale e Mario Adinolfi.

Non sono solo lì a guardare. Sono lì per fare rumore. E ci riescono nell'unico modo possibile nell'era della politica-spettacolo: con una provocazione totale, un cortocircuito visivo e politico che fa saltare i nervi alla piazza. Tra i due scatta un bacio. Un bacio surreale, quasi grottesco, subito ribattezzato dai social e dalle cronache come un "bacio gaio" tra due provocatori incalliti. Ma non è tutto. A rendere l’atmosfera ancora più incendiaria c'è un dettaglio che, nel clima geopolitico attuale, funziona come un detonatore: tra le mani dei due sventola, fiera, la bandiera dello Stato di Israele.

Il risultato? Un’esplosione di rabbia. La piazza del Pride, da sempre tempio dell’inclusività e dell'accoglienza, si trasforma in pochi secondi in un’arena di contestazioni feroci. Insulti, fischi, urla di disapprovazione accolgono la strana coppia. Il dispositivo della tolleranza si inceppa di colpo davanti a quello che molti manifestanti leggono come un affronto intollerabile, una provocazione mirata a profanare il loro spazio sacro.

La dinamica è da manuale della guerriglia culturale moderna. Da un lato c'è Francesca Pascale, l’ex compagna di Silvio Berlusconi, paladina dei diritti LGBTQ+ ma sempre pronta a smarcarsi dalle rigide liturgie della sinistra. Dall'altro c'è lui, Mario Adinolfi, il paladino della famiglia tradizionale, il teorico del "Popolo della Famiglia", l'uomo che ha fatto della lotta contro la cosiddetta "teoria del gender" la sua ragione di vita politica. Vederli braccetto a un Pride è già un’anomalia spaziotemporale. Vederli baciarsi sventolando la stella di David è pura avanguardia situazionista.

Ma dietro la performance c'è una strategia precisa, come ha rivelato lo stesso Adinolfi in una lettera infuocata inviata a Dagospia subito dopo i fatti. L’obiettivo della spedizione punitiva-mediatica era uno solo: far cadere la maschera al "buonismo" progressista.

"Ho fatto vedere a tutti invece come agisce la 'inclusiva' piazza dei fascisti arcobaleno", scrive Adinolfi, senza usare giri di parole. Nella sua ricostruzione, la contestazione subita non è che la prova provata del bluff della tolleranza LGBT. Secondo il leader cattolico, la piazza del Pride si professa inclusiva a parole, ma si rivela violentemente intollerante ed escludente non appena qualcuno si presenta con simboli o idee non allineati al pensiero unico della manifestazione. La bandiera di Israele, in questo contesto, è stata il reagente chimico perfetto per scatenare la reazione e svelare quello che Adinolfi definisce, con una formula destinata a far discutere, il "fascismo arcobaleno".

Il dibattito si sposta così dal piano del puro gossip a quello politico-ideologico. La provocazione di Pascale e Adinolfi tocca infatti un nervo scoperto del movimento LGBTQ+ contemporaneo: la difficoltà di gestire il dissenso interno e la polarizzazione geopolitica. Negli ultimi mesi, le piazze dei Pride globali sono state attraversate da forti tensioni legate al conflitto in Medio Oriente, con una netta prevalenza di posizioni filopalesinesi e la conseguente marginalizzazione delle voci pro-Israele. Portare quella bandiera in quel luogo significava lanciare una bomba a mano nel dibattito.

Il bacio tra la Pascale e Adinolfi, dunque, non è stato un gesto d'amore, ma un'arma di distrazione di massa. Un cortocircuito studiato a tavolino per dimostrare che l'inclusione ha dei confini molto precisi e invalicabili. La piazza ha reagito d’istinto, cadendo dritta nella trappola tesa dai due provocatori, regalando loro i titoli dei giornali, i click e, soprattutto, la narrazione che cercavano.

La cronaca di questa giornata al Roma Pride ci consegna un’immagine potente della nostra epoca: un tempo in cui la politica non si fa più nei circoli o nei parlamenti, ma attraverso performance shock pensate per l'algoritmo dei social network. Adinolfi e Pascale hanno recitato la loro parte, la piazza ha fatto il resto. Il finale? Un archivio di immagini virali, una scia di polemiche e la sensazione che, in questa guerra di simboli, la complessità sia l'unica vera sconfitta.