Benvenuti nell’epoca dell’ansia perpetua. Viviamo immersi in un flusso ininterrotto di stimoli, notifiche, crisi globali e un senso costante di instabilità. Tutto scorre troppo velocemente, tutto si consuma nello spazio di un clic. In questo scenario liquido, c’è un sentimento profondo che sta cambiando pelle, trasformandosi da debolezza a superpotere. È il rimpianto.
Dimenticate la pigra malinconia dei nostalgici di professione. Dimenticate i sospiri rassegnati di chi guarda all'indietro con l'occhio umido di chi non ha più nulla da dire sul futuro. Oggi, come sottolinea con precisione chirurgica Aldo Grasso, il rimpianto ha smesso i panni della resa per indossare l'armatura della resistenza morale. È una rivoluzione silenziosa. Un’arma di difesa di massa contro il caos e il disorientamento del presente.
Facciamo un esperimento mentale ed estetico. Guardiamoci indietro, alla storia recente. Chi avremmo mai detto di rimpiangere venti o trent'anni fa? I progressisti di ieri combattevano strenuamente Ronald Reagan e George Bush a Washington, Giulio Andreotti a Roma, Silvio Berlusconi ad Arcore e Massimo D’Alema nei corridoi del potere della sinistra. Personaggi divisivi, spesso duramente contestati, simboli di stagioni politiche che molti elettori e intellettuali volevano archiviare il prima possibile.
Eppure, oggi ci riscopriamo a rimpiangerli. Tutti, indistintamente. Perché?
La risposta non sta in un’improvvisa amnesia collettiva o in una riabilitazione tardiva e ipocrita dei loro errori politici. Tutt’altro. Li rimpiangiamo perché, nel bene e nel male, quelle figure rappresentavano un identificabile ordine di grandezza. C'era una grammatica del potere, una leggibilità del mondo che oggi appare completamente smarrita. Quelle figure storiche incarnavano una visione strutturata, una competenza di fondo, una solida coerenza interna – persino nella contrapposizione più dura – che consentiva ai cittadini di mappare la realtà. Sapevi chi avevi davanti. Sapevi qual era la posta in gioco. Oggi, quella mappa è andata bruciata, sostituita da un rumore di fondo indistinguibile.
La politica contemporanea si è infatti trasformata in uno show permanente a bassa definizione, dominato da algoritmi, slogan volatili e giravolte ideologiche dell'ultimo minuto. Chi guida i processi attuali spesso non possiede una bussola interna, ma solo un sensore digitale per captare gli umori della rete e cavalcarli.
Ciò che oggi ci manca non è il passato in quanto tale, né una mitizzazione acritica di anni che hanno avuto le loro profonde zone d'ombra. Ciò che rimpiangiamo sono valori e punti di riferimento che un tempo apparivano solidi, strutturati, impermeabili all’erosione del tempo e della convenienza immediata. Oggi ci troviamo disarmati di fronte a un'inarrestabile ondata di incompetenza, incoerenza e, soprattutto, volgarità.
Il dibattito pubblico è diventato una rissa da bar trasferita sulle piattaforme social. La complessità è bandita, ridotta a meme o a tweet urlati. In questo vuoto pneumatico, il passato non è un rifugio per codardi che temono il futuro, ma un faro di sopravvivenza. Rimpiangere la serietà di un tempo – persino quella dei propri avversari storici – diventa un atto di lucidità estrema. Significa urlare un "no" deciso alla mediocrità che ci circonda.
Bisogna chiarire un punto fondamentale, per evitare facili equivoci: rimpiangere non significa affatto voler tornare indietro. Non è un invito a restaurare vecchi regimi, a congelare la storia o a riproporre ricette economiche e sociali ormai superate dal tempo. Il passato non si può clonare, e sarebbe stupido anche solo provarci.
Il vero valore del rimpianto moderno risiede nella sua capacità di agire come metro di giudizio.
Se non ricordiamo la statura dei leader del passato, come possiamo valutare la pochezza di quelli del presente? Senza un termine di paragone alto, rischiamo di assuefarci al declino, di considerare normale l'improvvisazione, di accettare la volgarità come standard comunicativo inevitabile. Il rimpianto ci restituisce la scala delle proporzioni. Ci ricorda che c'è stato un tempo in cui la politica, pur con tutti i suoi enormi limiti, era una cosa seria, fatta da professionisti e non da dilettanti allo sbaraglio.
La tesi di Aldo Grasso colpisce nel segno: questa nuova forma di nostalgia dinamica serve a frenare la corsa verso il baratro. È una diga etica. In un'epoca in cui tutto viene consumato e dimenticato nello spazio di ventiquattr'ore, coltivare la memoria di ciò che è stato grande (o anche solo dignitosamente strutturato) è un atto sovversivo.
Ci costringe a porci delle domande scomode e ci impedisce di arrenderci all'idea che il futuro debba essere per forza peggiore del passato. Usare la memoria come pietra di paragone significa mantenere sveglia la nostra coscienza critica. Abbiamo disperatamente bisogno di giganti, anche di quelli con cui non eravamo d'accordo, per non annegare nel mare dei nani.