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Un appello, un grido di aiuto "ai Governi europei" affinché si sblocchi la vicenda dei due attivisti italiani detenuti dal 24 maggio nelle carceri libiche.

E' quanto chiedono i familiari di Domenico Centrone, il 33enne docente universitario originario di Molfetta (Bari) che si trova detenuto con la connazionale Dina Alberizia e altri nove partecipanti al Global Sumud Convoy, la missione via terra della Flotilla. Il gruppo è bloccato a Sirte dopo avere fatto ingresso nel territorio libico ed è stato poi trasferito dalle autorità locali a Bengasi dove è tenuto in custodia da 15 giorni. "Siamo qui perché abbiamo bisogno di fare un appello importante", dice la madre di Centrone che però non riesce ad andare avanti perché le lacrime le spezzano la voce.

"L'appello è a tutti i Governi europei, al Governo italiano in primis, di cercare di portare a casa nostro figlio e tutti gli altri volontari che hanno partecipato a questa missione umanitaria", prosegue il papà di Centrone che si è detto 'sconvolto' del fatto che il figlio "sia partito per una semplice missione umanitaria, per fare un atto di generosità verso persone sofferenti che hanno bisogno di essere aiutate, e ora sia incarcerato è questa la colpa di nostro figlio che si è ritrovato rinchiuso e privato della libertà ingiustamente". Da sei giorni dieci degli undici detenuti stanno portando avanti uno sciopero della fame e della sete per protestare contro la loro detenzione illegittima. Del gruppo, oltre ai due nostri connazionali, fanno parte anche due argentini, un uruguaiano, una cittadina statunitense, una polacca, una spagnola, una portoghese e un attivista tunisino-canadese. Dal canto suo Giuseppe Alberizia, il fratello di Dina, la 67enne foggiana residente da anni in Piemonte, racconta di avere avuto un contatto telefonico con la sorella anche se per pochi minuti. "Le hanno permesso di telefonare in cambio della sospensione dello sciopero della fame. Ha detto di stare relativamente bene". Il 9 giugno dovrebbe essere fissata una nuova udienza davanti al giudice libico dopo quella del 2 in cui il tribunale ha disposto un ulteriore trattenimento per gli attivisti. "Siamo tutti in attesa - aggiunge il fratello di Alberizia - e si spera in un epilogo positivo". Il consolato generale italiano a Bengasi sta, comunque, insistendo per ottenere la visita consolare.

La gestione del caso è nelle mani delle autorità locali, legate al governo parallelo della Libia orientale e al generale Khalifa Haftar, comandante dell'Esercito nazionale libico (Enl) ed uomo forte della parte est del Paese. I nodi sul rilascio restano quindi ancora da sciogliere. Se si trattasse di una semplice espulsione amministrativa, la vicenda potrebbe chiudersi nel giro di pochi giorni; diversamente, i tempi potrebbero estendersi nel caso emergessero ulteriori contestazioni relative all'ingresso o alla permanenza sul territorio libico.