RIVOLUZIONE A L’AVANA: CUBA APRE AL MERCATO PER NON MORIRE. È LA FINE DEL MITO CASTRISTA?

Immaginate Fidel Castro che guarda dall'alto l'isola che ha plasmato col ferro, col fuoco e con la retorica rivoluzionaria. Immaginatelo mentre osserva i manifesti del "Socialismo o Muerte" sbiadire sotto il sole caraibico, sostituiti dalle insegne di piccoli negozi privati, uffici immobiliari e cartelli con i prezzi dei beni di prima necessità. La storia ha preso una deviazione improvvisa. Cuba, l’ultimo bastione del comunismo duro e puro nell’emisfero occidentale, sta cambiando pelle per non morire.

L'Avana ha rotto gli indugi. Con un colpo di spugna che cancella decenni di ortodossia marxista, il Partito Comunista cubano ha approvato il più grande pacchetto di riforme economiche dal 1959, anno in cui i *barbudos* scesero dalla Sierra Maestra per prendere il potere. Non si tratta di una semplice limatura ai bordi del sistema: è un terremoto controllato. Le porte dell'economia di mercato, un tempo considerate il male assoluto, vengono spalancate.

**La scossa dell'era Díaz-Canel**

Il presidente Miguel Díaz-Canel si trova davanti a un bivio drammatico: riformare o collassare. Ma la macchina della propaganda ha bisogno dei suoi equilibrismi. "Non si tratta di una resa al capitalismo", si affretta a rassicurare il leader del Partito dal Palazzo della Rivoluzione. La colpa ufficiale di questa svolta? Il solito, eterno nemico: l’embargo statunitense, il *bloqueo*, reso ancora più asfissiante dalle sanzioni dell'era Trump e mai allentato dall'amministrazione Biden.

Tuttavia, la retorica non riempie gli scaffali dei supermercati. La realtà quotidiana dei cubani è fatta di blackout elettrici continui, file interminabili per un pezzo di pane, drammatica carenza di medicinali e un'inflazione galoppante che ha polverizzato il potere d’acquisto. La pandemia ha dato il colpo di grazia al turismo, la principale fonte di valuta estera dell'isola, mentre il collasso economico del Venezuela ha tagliato i rifornimenti di petrolio a prezzi stracciati. Sopravvivere è diventata un'impresa. E per sopravvivere, anche il dogma deve piegarsi.

**La "Via Asiatica": capitalismo senza democrazia**

Qual è la rotta di questa nuova Cuba? Non cercate la risposta a Washington o a Bruxelles. La bussola dell'Avana punta decisamente verso Oriente, guardando a Pechino e ad Hanoi. Il modello di riferimento è quello cinese o vietnamita: il cosiddetto "capitalismo di Stato" o, per usare una formula più cinica ma realistica, il "capitalismo senza democrazia".

L'obiettivo del Partito Comunista Cubano è chiaro: liberalizzare l'economia per generare ricchezza, creare posti di lavoro e allentare la pressione sociale, mantenendo però un controllo politico ferreo e monopolistico. Niente multipartitismo, nessuna concessione sui diritti civili o sulla libertà di espressione. La scommessa è audace: riempire la pancia dei cubani per evitare che scendano in piazza a chiedere la fine del regime, come accaduto nelle storiche e spontanee proteste del luglio 2021.

**Cosa cambia sul campo: mattoni e nuove imprese**

Ma cosa prevede, concretamente, questo "Big Bang" economico caraibico? Le misure toccano corde sensibilissime per l'ideologia castrista.

In primo luogo, si apre agli investimenti privati nel settore immobiliare. Un tabù storico che crolla. Per decenni, la proprietà privata a Cuba è stata un concetto quasi inesistente, regolato da leggi rigidissime. Ora, il mattone diventa un asset commerciale su cui investire.

In secondo luogo, c'è la trasformazione delle elefantiache e inefficienti imprese statali in vere e proprie società commerciali. Tradotto: basta sussidi a fondo perduto per le aziende pubbliche che producono solo perdite. Devono imparare a fare profitto, a competere sul mercato e a tagliare i rami secchi.

Infine, la vera rivoluzione silenziosa: la legalizzazione e l'espansione delle piccole e medie imprese private (le cosiddette *Mipymes*). In pochi mesi, migliaia di queste attività sono nate in tutta l'isola. Dai negozi di alimentari alle imprese edili, dai servizi informatici alle caffetterie di tendenza. È l'emergere di una nuova classe imprenditoriale cubana che non dipende più dallo Stato per lo stipendio mensile, il quale spesso non supera l'equivalente di 20 dollari al cambio reale.

**Una scommessa ad alto rischio**

Il cammino, però, è minato. Questa transizione sta creando una Cuba a due velocità, acuendo le disuguaglianze sociali. Da un lato c'è chi ha accesso alle rimesse dei parenti all'estero o lavora nel nuovo settore privato, potendosi permettere i beni importati che ora affollano i negozi delle *Mipymes*. Dall'altro, c'è la maggioranza della popolazione – pensionati, impiegati statali, medici e insegnanti – che vive con stipendi statali ormai privi di valore reale, guardando le vetrine del nuovo benessere con rabbia e frustrazione.

Il Partito Comunista sta giocando d'azzardo. Aprendo la scatola di Pandora del libero mercato, rischia di liberare forze sociali ed economiche che nel lungo periodo non sarà in grado di controllare. La storia insegna che la libertà economica, prima o poi, spinge i cittadini a chiedere anche la libertà politica. Ma per ora, a L'Avana, l'unica priorità è non affondare. Il pragmatismo ha sconfitto l'utopia. Fidel è ormai un ritratto sui muri; la Cuba di oggi deve fare i conti con la dura legge della realtà.