In principio fu il van. Immaginate la scena, sembra l’inizio di un film di genere, una commedia amara alla Dino Risi o una satira graffiante firmata da Alberto Sordi. Un gruppo di scrittori stipati dentro un minivan, tra il caldo dell’estate letteraria, i festival da raggiungere e i respiri troppo vicini. In quel microcosmo claustrofobico volano parole. Non sussurri di cortesia, ma mazzate. Michele Mari – uno dei pochissimi giganti rimasti alla nostra letteratura – pronuncia una frase pesante su Michela Murgia, la scrittrice sarda scomparsa lo scorso anno: *"Era intransigente e violenta perché era brutta. E sfogava così la sua rabbia"*.
Una frase feroce, indubbiamente. Ma destinata, in teoria, a rimanere confinata nel perimetro di quel viaggio. E invece no. Perché in quel van c’è anche Teresa Ciabatti. E la Ciabatti, mossa da un riflesso che definire civico sarebbe un insulto all'intelligenza, fa quello che oggi definisce il nostro dibattito pubblico: ascolta, incamera, coglie in fallo il collega e fa partire i "messaggini" caldi in direzione della redazione di *Repubblica*. Il privato diventa pubblico, il pettegolezzo si fa indignazione nazionale, e il tribunale dei social è già pronto a emettere la sentenza di condanna a morte intellettuale per Mari.
Ma in questo teatrino di spie e moralisti c'è chi non ci sta a recitare la parte del pubblico plaudente. Marco Ciriello, giornalista e scrittore, interviene a gamba tesa nella querelle. Lo fa con la sciabola, senza mezze misure, rimettendo al centro della discussione l'unica cosa che oggi sembra non interessare più a nessuno: la letteratura.
**Il dovere del giudizio: la lezione di Bolaño**
Ciriello parte da un presupposto chiaro, quasi ontologico: *"Basterebbe aver letto Roberto Bolaño per sapere che lo scrittore, se è scrittore, deve dare giudizi"*. E se togliamo i giudizi, cosa rimane? *"Le carezze che poi sfociano in masturbazione"*. Ovvero l'autosoddisfazione di un ambiente culturale che si auto-incensa, si protegge, si coccola per non farsi male.
Il ritratto che Ciriello fa dell'episodio del van è impietoso. È la fotografia di una "banda" che si vede assediata dalla letteratura reale, quella prodotta da scrittori veri come Mari, e reagisce nell'unico modo che conosce: con la delazione e l'indignazione di facciata. Mari, spiega Ciriello, rimane un gigante della pagina scritta, con o senza Premio Strega, con o senza quella frase infelice catturata dal microfono invisibile della Ciabatti. L'opera di Mari resta, solida come pietra, mentre il rumore di fondo dei social si spegnerà nel giro di qualche clic.
**La "banda murgiana" e l'occupazione militare della cultura**
Il cuore dell'attacco di Ciriello è politico ed estetico. C'è un'accusa precisa di "colonizzazione" culturale da parte di quello che definisce il cerchio magico di Michela Murgia. Una "banda" che ha occupato militarmente ogni spazio disponibile: radio, televisioni, giornali, festival, giurie dei premi. Ma che, dietro questa facciata istituzionale e onnipresente, nasconde un vuoto pneumatico. *"Hanno occupato tutto, ma senza avere scrittura, solo apparato"*, scrive Ciriello.
È la vittoria della forma sulla sostanza, del marketing identitario sulla forza del testo. E quando questo apparato gigantesco ma fragile si trova davanti a un romanzo vero, a una scrittura autentica e spietata come quella di Mari, va in crisi. Va nel panico. E allora *"vale tutto, davanti al loro poco valere"*. Il fango della polemica personale diventa l'unica arma per abbassare il livello, per trascinare il gigante nel fango della mediocrità comune.
**Il doppio standard della ferocia**
C'è poi una clamorosa questione di asimmetria e ipocrisia che circonda la figura di Michela Murgia. Oggi canonizzata come una santa laica della tolleranza e dell'inclusione, in vita la scrittrice sarda è stata un martello pneumatico di giudizi spietati, taglienti e spesso inutilmente feroci.
Ciriello lo ricorda sulla propria pelle: *"Michela Murgia è stata una scrittrice scarsa con giudizi inutilmente feroci. A me disse che ero un allevatore di cani della camorra, e io risposi: 'Magari'"*. Ma Ciriello non è stato l'unico bersaglio. Da Fabio Volo a decine di altri colleghi e personaggi pubblici, la Murgia ha distribuito sentenze estetiche e morali senza mai fare sconti.
E allora sorge la domanda che scoperchia il vaso di Pandora dell'incoerenza progressista: perché Michela Murgia poteva esercitare il diritto alla ferocia verbale, all'insulto estetico e politico, mentre a Michele Mari questo stesso diritto viene negato, persino all'interno di una conversazione privata? Perché le sue parole sono "attivismo" e quelle di Mari sono "violenza"?
La risposta è nel cortocircuito del nostro tempo. Abbiamo sostituito la critica letteraria con la postura morale. Non importa più come scrivi, ma da quale pulpito parli. Se appartieni alla parrocchia giusta, la tua ferocia è santa; se sei un cane sciolto, un irregolare, un gigante che non si piega alle regole del salotto, allora ogni tua parola rubata diventerà la tua gogna. Ma la letteratura, quella vera, sopravvive sempre ai suoi inquisitori da tastiera. E l'opera di Mari, piaccia o no alla banda del van, è già storia.