
Pentimento, consapevolezza del fatto che le proprie azioni non fossero lecite e il perdono dai parenti delle vittime, il loro vissuto. Questioni etiche. Parla in linea teorica Lucia Musti, procuratore generale di Torino, su come un ufficio come il suo lavori per fornire un parere per la concessione della grazia. Perché su Mario Roggero al momento non ha un fascicolo sulla scrivania. A Torino infatti non c'è altro che la richiesta di grazia di ieri mattina della moglie del gioielliere del Cuneese, condannato mercoledì dalla Cassazione in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per avere ucciso due rapinatori e averne ferito un terzo. Una carta che non può far partire l'iter: non compete infatti alla Procura generale preparare l'istruttoria, bensì al ministero, che investirà solo successivamente la Procura generale della necessità di fornire un parere.
È importante - sottolinea Musti all'ANSA - parlare dell'etica del pentimento, cioè di un elemento che il procuratore generale valuta in sede di elaborazione del parere, non vincolante, per la concessione della grazia, insieme alla consapevolezza dell'illiceità del proprio agire. Il pentimento - precisa - può avvenire nell'ambito della storia processuale; invece, quando si chiede la grazia, è quello il momento in cui si fanno i conti anche col pentimento. Una Procura generale valuta inoltre in sede di stesura parere il perdono - evidenzia Musti -, cioè come possa essere vissuto dai parenti di una vittima il fatto che il condannato riceva la grazia. C'è dunque tutta una complessità nella procedura volta alla concessione della grazia, che va a scomodare anche l'etica".
"L'istruttoria che il pg riceve, preparata dagli uffici pubblici dello Stato del ministero della Giustizia - aggiunge Musti - si compone di tutti gli elementi raccolti dall'osservazione del percorso all'interno del carcere", un percorso che il gioielliere ha iniziato ieri pomeriggio. Di ciò si è mostrato consapevole Stefano Marcolini, legale del negoziante, parlando oggi fuori dal carcere di Bollate, nel Milanese, dove Roggero è detenuto. "Dobbiamo sapere che i tempi non sono brevi, credo, per un'istruttoria presidenziale - ha affermato -. La domanda di grazia è una prospettiva interessante, ma è di medio termine", sottolineando che ieri il gioielliere "si è rivolto in modo forse un pochino diretto" al capo dello Stato, "però ha anche detto tante altre cose che umanamente mi hanno fatto sorridere".
Il gioielliere non risulta dunque avere la grazia come strada breve per uscire dalla cella, ma neppure i domiciliari. L'avvocato stesso ha detto che "al momento la legge non lo consente. I reati di omicidio sono ostativi alla detenzione domiciliare, non è una prospettiva", ha precisato, così come ha escluso "le misure alternative. Per questo tipo di reato, con 14 anni da scontare, almeno all'inizio non sono possibili", ha aggiunto.
Si attende invece risposta dal Tribunale di sorveglianza di Torino sull'istanza per il differimento dell'esecuzione della pena e la richiesta di sospensione urgente, "quella che non è avvenuta ieri. L'istanza - ha riferito il legale - tecnicamente si poggia sulla richiesta di grazia che è stata fatta dalla moglie di Mario. C'è una norma del codice penale che consente di sospendere la pena in attesa della definizione della domanda di grazia. Ha un senso la cosa - ha concluso - quindi noi aspettiamo la risposta". "L'ingresso in istituto, avvenuto solo alcune ore dopo il deposito della domanda, non cancella affatto l'azione della difesa, né tantomeno priva il giudice del suo potere-dovere di pronunciarsi", sostiene il legale col collega che coordina con lui il collegio difensivo, Sergio Novani. Il gioielliere però ora è detenuto a Bollate, dunque la valutazione passerebbe di competenza.